LA SCOMPARSA DI MAJORANA

RIASSUNTO.

 

Il libro di Leonardo Sciascia inizia con la lettera che il Senatore Gentile invia a Sua Eccellenza il Senatore Arturo Bocchini, capo della polizia, che in passato si era già occupato della scomparsa di Ettore Majorana. La lettera aveva lo scopo di pregarlo di continuare le ricerche dello scienziato su insistenza del fratello Salvatore Majorana.

Bocchini ricevette la lettera come un peso. La polizia si era già occupata del caso, la scomparsa dello scienziato era stata considerata un suicidio, visto anche le due lettere che a tal proposito Majorana aveva lasciato, ed ora, dopo questo ultimo ennesimo accorato appello, Bocchini sapeva che doveva affrontare due follie, come sempre avviene in questi casi: la follia di chi aveva deciso di porre fine ai suoi giorni e la follia dei familiari che si ostinano a crederlo vivo, nascosto da qualche parte e che non sanno darsi pace.

La questione Majorana era stata archiviata come suicidio, si supponeva che lo scienziato fosse scomparso durante il suo ultimo viaggio fatto a Palermo, si vociferava che si fosse buttato in mare durante il viaggio in nave, ma queste supposizioni furono smentite in quanto fu ritrovato il biglietto di ritorno da Palermo a Napoli e poi anche perché il giorno dopo la sua scomparsa avvenuta il25 marzo 1938, fu visto aggirarsi nelle vie di Napoli da una infermiera che lo conosceva anche se solo superficialmente e che – come riporta il verbale della polizia – aveva “ indovinato” il colore dell’abito. “Indovinato” si dice e non “ riconosciuto” quasi a sottolineare l’inattendibilità della testimonianza.

Si diceva poi che Majorana si fosse nascosto in qualche convento e per questo la  famiglia sollecitava che le ricerche fossero indirizzate in tal senso, facendo particolarmente attenzione a quella “j” presente nel cognome, che poteva trarre in inganno nelle ricerche,insomma bisognava stare attenti che nemmeno il più piccolo particolare venisse tralasciato.

Anche Benito Mussolini sollecitò il capo della polizia affinché continuasse con le indagini dopo le preghiere della madre di Ettore Majorana e dello scienziato Enrico Fermi. A dire la verità Mussolini si era mosso a compassione più per la lettera della madre che per le suppliche dello scienziato che non vedeva di buon occhio perché quando Fermi andò in Svezia a ritirare il premio Nobel a lui assegnato, aveva “osato” salutare il re di Svezia con una stretta di mano anziché con il saluto fascista e questo aveva causato non pochi malumori fra i fedelissimi.

Ettore Majorana era nato a Catania nel 1906, aveva conseguito il diploma liceale nel 1923 e aveva frequentato la facoltà di ingegneria fino al 1928 quando, desideroso di occuparsi di scienza pura, era passato alla facoltà di Fisica ottenendo la laurea a pieni voti – nel 1929 – sotto la guida di Enrico Fermi.

Quando Majorana conobbe Fermi, nel 1928, quest’ultimo si stava occupando ad un modello statistico che più tardi prese il nome di “ Modello di Thomas-Fermi”. Fermi fu immediatamente colpito dall’intelligenza acuta e spontanea di Majorana tanto che arrivò a suddividere gli scienziati in 3 ranghi: quelli di primo rango erano quelli che operavano per il bene del paese e della comunità, quelli di secondo e terzo rango erano quelli che si adoperavano per riuscire in qualcosa ma che poi realmente non riuscivano a concretizzare.

Oltre queste categorie di studiosi ne esisteva un’altra: erano i “geni assoluti”.

Era qui che collocava Majorana e le sue eccezionali intuizioni.

Majorana elaborò la teoria del nucleo fatto di protoni e di neutroni, ma il suo carattere chiuso gli impedì di pubblicare i risultati dei suoi studi – che furono ripresi più tardi da un altro scienziato ,Heisemberg , che se ne attribuì il merito – anzi impedì proprio a Fermi di parlarne nel corso di un congresso di Fisica che si tenne a Parigi.

Majorana, al contrario degli altri studenti di via Panisperna (sede dell’ateneo catanese) non cercava di capire: lui capiva. Non cercava di trovare: lui già aveva trovato. Non cercava di sapere: lui già sapeva. Per questo Fermi fu affascinato dalla mente fervida e straordinariamente capace che gli stava davanti.

Majorana non provava rancore per Heisemberg , anzi aveva per lui un’ammirazione mista a riconoscenza per aver pubblicato prima di lui la teoria del nucleo. Ne divenne amico e fu suo ospite in Germania per un certo periodo di tempo che servì a cementare la loro amicizia. Da questo singolare comportamento si denota il carattere chiuso e nevrotico dello scienziato, e questo sarà un elemento che influenzerà il corso delle ricerche e avvallerà ancora di più per la polizia l’ipotesi suicidaria.

 

Prima di partire per la Germania, Majorana fu sconvolto da un avvenimento che imperversò sulle cronache del tempo e che trascinò incolpevoli personaggi sull’orlo della follia.

A casa di un benestante catanese di nome Antonino Amato, l’unico suo figlio, neonato, morì bruciato nella  culla. Di questo fu in prima istanza accusata la donna di servizio, una ragazza di 16 anni, che però non avrebbe avuto alcun movente se non la lucida follia che la portava all’odio verso i suoi datori di lavoro.

La ragazza prima negò, poi confessò e dichiarò di aver compiutol’orrendo delitto su commissione della madre e del fratello. Si scavò nella vita della ragazza, si scoprì che proveniva da una famiglia difficile, che sua madre l’aveva allontanata da casa giovanissima costringendola ad andare a servizio nella famiglia Amato lasciando un’altra famiglia dove la ragazza veniva trattata meglio e che il fratello era una persona poco raccomandabile. Ma ancora mancava il movente.Si arrivò alla conclusione che il movente era da ricercarsi a una questione legata all’eredità di Antonino Amato di parecchi anni prima, un contenzioso con le sorelle e i cognati che appartenevano alla famiglia Majorana – e uno in particolare era lo zio di Ettore – sarebbe stato un delitto su commissione, per vendetta, di cui si sarebbero occupati i parenti della ragazza sedicenne per mezzo della ragazza stessa. Dopo 8 anni la ragazza, oramai grande, confessò di aver fatto tutto da sola, di non avere mandanti ma oramai i Majorana coinvolti nella vicenda avevano passato tre anni in carcere, i presunti esecutori otto anni, il mostruoso ingranaggio della giustizia aveva sconvolto le vite di molti e anche di Ettore Majorana che – anche se piccolo all’epoca dei fatti – fu irrimediabilmente segnato nel carattere e ne fu annientato fino alla follia.

Ma molti credettero che a spingerlo alla follia fosse stata propria la sua stessa scienza, che calcolava e maneggiava così profondamente da avergli fatto intravedere la morte, il fuoco, la distruzione in ciò che lui stesso studiava che abbia fatto emergere in lui un vero e proprio lapsus nella memoria.

 

Il soggiorno in Germania con Heisemberg fu costruttivo e piacevole: rimangono di esso numerose ed emozionanti lettere spedite alla madre in cui si dichiara piacevolmente rapito dalla compagnia di Heisemberg e del fatto che avesse accettato pazientemente di insegnarli il tedesco. Ma il periodoo trascorso con Heisemberg fu costruttivo anche dal punto di vista scientifico, trattavano di fisica nucleare insieme all’americano Feenberg con il quale non parlava inglese ma si scambiavano vicendevolmente formule scritte su pezzi da carta. Erano gli anni in cui si cercava il progetto della bomba atomica. Hitler la voleva a tutti i costi e Heisemberg era sicuramente lo scienziato più avvalorato che avrebbe potuto progettarla per lui. Gli americani temevano che dove si trovasse Heisemberg c’era sicuramente il nascondiglio della bomba atomica pronta ad essere sganciata in Europa anche se poi sappiamo che Heisemberg non lavorò mai a quel progetto e non perché non sapesse farlo, ma né lui né altri scienziati avevano in mente di lavorare a quel progetto .. Dall’altra parte Heisemberg visse anni d’angoscia cercando il modo di far capire ai colleghi americani la portata e la pericolosità di quegli studi.

 

Majorana vive in Germania nel pieno della propaganda delle leggi razziali e antisemite,non sappiamo quanto condividesse le politiche totalitarie del tempo ma è certo che le più alte personalità del tempo come Marconi, D’Annunzio e Fermi, circondavano Mussolini e gli mandavano fraterni messaggi salvo poi aderire all’antifascismo a guerra perduta e a fascismo finito. Nessuna delle lettere inviate alla madre conteneva critiche alla politica del tempo ma bisogna considerare che le lettere in partenza e in arrivo venivano aperte e lette dal regime e quindi le missive sono particolarmente guardinghe.

Nell’agosto del 1933, Majorana torna a Roma e ci resterà fino al 1937, facendo vita isolata, uscendo raramente e in quel periodo evitava di parlare di Fisica, non perché non gli interessava più ma perché ne era ossessionato. Lavorava molto e scriveva molto. Ma nella sua casa dopo la scomparsa furono trovati solo due scritti” teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone” e “ Valore delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze sociali”. Dove sono gli altri scritti allora? Li ha fatti scomparire prima della sua scomparsa o qualcun altro li ha fatti sparire? La sorella Maria riferisce che Ettore ripeteva”la fisica è sulla strada sbagliata” o forse voleva dire “ i fisici” ? E forse non si riferiva alla sperimentazione in sé ma a un concetto particolare di vita e di morte. Quando nel 1939 si cominciò a parlare di liberazione dell’energia atomica egli pronunciò la frase “ Dio non può volerlo!”

Forse era finito in un meccanismo nel quale era rimasto intrappolato La sua nomina a Professore di Fisica Teorica all’Università di Napoli per “ chiara fama”( ma in realtà perché evitasse di presentarsi ad un concorso in un altro ateneo nel quale erano già stati decisi i vincitori) lo aveva spinto a tornare ad una vita normale ma provava disagio nel stare con gli altri, parlare e comunicare.

La sua vita a Napoli si svolge fra l’albergo dove abitava e l’ateneo ma il prof. Carrelli, direttore dell’Istituto dirà, dopo la sua scomparsa , che Majorana stava lavorando a qualcosa di importante.

La sera del 25 marzo prima di partire in nave da Napoli per Palermo, scrive proprio una lettera a Carrelli nel quale spiega di aver preso una decisione inevitabile, di serbare un buon ricordo degli amici almeno fino alle 11 di quella stessa sera e che lascia chiaramente intendere un proposito suicida. Un’altra lettera , che lascia in albergo, è indirizzata alla madre nella quale chiede alla stessa di non vestire di nero ( come si usava in Sicilia per il lutto) e che se proprio lo vuole fare non sia per più di 3 giorni.

Su questi numeri , il 3 e l’11,  sono stati per molti anni cercati messaggi segreti da decifrare che potessero svelare il segreto sulla scomparsa dello stesso Majorana.

A Palermo però arriva, perché dall’albergo lo stesso Majorana invia un’altra lettera all’amico pregandolo di non tener conto della precedente missiva. Da Palermo ripartì per Napoli e lo dimostra il biglietto consegnato all’imbarco e la testimonianza di una persona che viaggiava con lui e che lo riconosce nella descrizione del fratello Salvatore. All’arrivo a Napoli, una infermiera lo riconosce e dà una descrizione dell’abito che indossava. La polizia scoprirà poi che aveva con sé tutto il denaro che possedeva e il passaporto.

Insomma Majorana intendeva sparire: la sua intuizione, i suoi studi gli avevano forse permesso di capire ciò che gli altri non capivano, di vedere in anticipo ciò che altri non vedevano e un genio del suo pari davanti alla scoperta della fissione nucleare nel 1934   potrebbe aver capito che il fiammifero c’era già e potrebbe essersene allontanato per la difficile situazione politica di allora .

Fermi e altri fisici non tennero conto di queste affermazioni fino al 1938 e questa loro cecità fu provvidenziale e impedì a Mussolini e a Hitler di avere l’atomica.

E’ Leonardo Sciascia, 30 anni dopo, ad entrare in una Certosa a Palermo per seguire la sottile e inquietante traccia di Majorana. Si ricorda di un amico al quale un altro amico gli aveva rivelato che nel 1945 fra i” padri” del convento c’era uno scienziato o forse uno dei soldati che sganciò la bomba su Hiroshima. Il frate che lo guida nella visita del convento gli mostra anche il cimitero dove trenta tumuli di terra rossastra identificano le tombe dei frati che hanno abitato il convento. “ Ci sono mai stati scienziati nel convento?”. Il frate allarga le braccia e sorride. Si respira una pace inviolabile fra quelle croci nere.

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I monoliti nel mondo

monoliti nel mondoDove sono i monoliti più grandi e più famosi al mondo? Breve riassunto dei più importanti siti archeologici con esclusione delle Piramidi egiziane.

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i grandi archeologi del ‘900

i grandi archeologi

Ricerche fra preistoria e medioevo nell’agro chiusino

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THE SQUARE OF SATOR (ENGLISH) di Raffaella Betti

The magic square of satori is the most famous palindrome structure that has attracted scholars for centuries because of its undeniable charm. This is essentially a sentence in Latin (SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS) that can be read both ways, as there are many others. Its unique feature, however, is that, being made up of five words of five letters each, you can enter the same phrase in a square of 5 x 5 boxes in which the sentence can be viewed in four possible directions. 
Initially it was believed that the painting was medieval invention, because all the discoveries made so far were not dating before the ninth century. But in 1868 an archaeological excavation in the ruins of the ancient Roman city of Corinium (today Cirencester, Gloucestershire, England) revealed the curious inscription on the plaster of a house dating from the third century. A.D.. In this fragment, now at the archaeological museum of the same city, the square appears in his mirror version, which begins with the word ROTAS .
We began to spread the belief that it was an approach taken by the early Christians, whose religion was still opposed and prohibited by the Romans, to adore the Cross in disguised form: the two words of Tenet, in fact, draw the center of a square perfect cross, centered on one letter N. The hypothesis was strengthened when Felix Grossner, evangelical pastor of Chemnitz, discovered after several tests that the 25 letters of the square could be arranged to form words Paternoster folded and placed between the letters A and O, corresponding, in this interpretation, the greek alphabet letters Alpha and Omega, the beginning and the end of all things.
 
To further strengthen the Christian thesis contributed a further discovery, in the Syrian city of Dura-Europos on the Euphrates, the ancient Roman colony (300-256 BC). In it were found four copies of the Magic Square, all in the mirror version, dating from around 200-220 of the Christian time.

There are, however, opponents to this view. Most of the criticisms of this interpretation came from the fact that, however, did not explain anything about the literal meaning of the square. The main problem was to explain the word AREPO, no-existent in Latin vocabulary, and many critics refused to accept as a given name (Arepo,-onis, Arepone). This obstacle was soon overcome: that was discovered in ancient Gaul, at the time of Roman rule, a measure of surface semiiugerum was called, in Latin, and arepennis in Celtic. In particular the latter word derived from the Celtic àrepos, meaning “plow.” It seems plausible, then, that this term was then transliterated in Latin arepus to indicate precisely the beloved farm. The literal meaning of the phrase, now assumed a logical sense: “The sower, with the wagon, take care with the wheels.”
 
Each hypothesis in this regard, however, declined in 1925 when excavations affecting the remains of the ancient city of Pompei, buried by ash eruption of Vesuvius in 79 AD, revealed the plaster of the house of the Fifth Paquito Proculo ‘ form (although mutilated) of the magic square. Eleven years later, in 1936, it was found another, this time complete, the median groove of a column in the portico of the Great West Gym .
This discovery is still the oldest to have been undertaken, and therefore the Sator Square was also called “Latercolo Pompeiano. That discovery ended the Christian theory, if, in fact, one could still assume the presence of a primitive Christian colony at Pompei illegal in those years was to fall the way of interpreting the Grossner. In fact, A and O remained on the sides of the cross could only refer to the point of the Apocalypse where St. John wrote: “I am the Alpha and the Omega, the beginning and the end, who is, has been and will be. ” But the spread of the Apocalypse in central Italy was, according to reliable studies, around the years 120-150 AD, and was therefore impossible that this concept was already present before 79 AD.
 
In fact, the question remains open. Many scholars, researchers, puzzles or just curious tormenting still trying to give a new interpretation to the square. Some of these interpretations I will in a separate section. Finally, however, the history of the Square, we must mention the latest discovery, in order of time in 1978 in Britain, in Manchester. A fragment of an amphora unearthed during archaeological excavations show, in fact, the five words of the magic square arranged from the word ROTAS (mirror version of the square, Fig. 3). The find is dated around 185 AD, and an explanatory plaque in the museum where it is exposed informs us that this is the earliest attestation of the Christian presence in Britain, despite the thesis Grossner was however refuted.

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Il segreto del quadrato del SATOR( di Raffaella Betti)

 sator foto

Il quadrato magico del SATOR è la più famosa struttura palindroma che da secoli ha attratto gli studiosi a causa del suo innegabile fascino. Si tratta, sostanzialmente, in una frase in lingua latina (SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS) che può essere letta in entrambi i sensi, come ve ne sono tante altre. La sua singolare caratteristica, però, è che, essendo formata da cinque parole di cinque lettere ciascuna, è possibile iscrivere la stessa frase in un quadrato di 5 x 5 caselle all’interno del quale la frase può essere letta in quattro direzioni possibili: da sinistra verso destra, e viceversa, oppure dall’alto verso il basso, e viceversa.

Inizialmente si credette che il Quadrato fosse un’invenzione medievale, perché tutti i ritrovamenti fino ad allora effettuati non erano databili prima del IX secolo. Ma nel 1868 uno scavo archeologico tra le rovine dell’antica città romana di Corinium (oggi Cirencester, nel Gloucestershire, in Inghilterra) rivelò la curiosa iscrizione sull’intonaco di una casa databile al III sec. d.C.. In tale frammento, oggi conservato al museo archeologico della stessa città, il Quadrato appare nella sua versione speculare, che inizia con la parola ROTAS.

Si cominciò allora a diffondere la convinzione che esso rappresentava un modo adottato dai primi Cristiani, la cui fede religiosa era ancora contrastata e vietata dai Romani, per adorare la croce in forma dissimulata: le due parole TENET, infatti, disegnano al centro del quadrato un croce perfetta, centrata sull’unica lettera N. L’ipotesi si rafforzò allorché Felix Grossner, pastore evangelista di Chemnitz, scoprì dopo numerose prove che le 25 lettere del quadrato potevano essere disposte in modo da formare le parole PATERNOSTER incrociate e poste tra le lettere A ed O, corrispondenti, in questa interpretazione, alle lettere Alfa ed Omega dell’alfabeto greco, il principio e la fine di tutte le cose.

A rinforzare ulteriormente la tesi cristiana contribuì un’ulteriore scoperta, avvenuta nella città siriana di Dura-Europos, sull’Eufrate, antica colonia romana (300-256 a.C.). In essa furono ritrovato quattro esemplari del Quadrato Magico, tutti nella versione speculare, databili attorno al 200-220 dell’era Cristiana.

Non mancarono, però, gli oppositori a questa tesi. La maggior parte delle critiche mosse a questa interpretazione nascevano dal fatto che essa, comunque, non spiegava nulla circa il significato letterale del quadrato. Il problema principale era quello di spiegare la parola AREPO, inesistente nel vocabolario latino, e che molti critici si rifiutavano di accettare come nome proprio di persona (Arepo, -onis, Arepone). Questo ostacolo venne presto superato: venne scoperto che nell’antica Gallia, al tempo della dominazione romana, una certa misura di superficie veniva chiamata semiiugerum, nella lingua latina, e arepennis, in quella celtica. In particolare quest’ultimo vocabolo derivava dal termine celtico àrepos, che significava “aratro”. Sembra plausibile, quindi, che questo termine venisse poi traslitterato nel latino arepus ad indicare appunto, il caro agricolo. Il significato letterale della frase, ora, assumeva un senso logico: «Il seminatore, con il carro, tiene con cura le ruote».

Ogni ipotesi a tale riguardo, però, decadde nel 1925 quando gli scavi archeologici che interessarono i resti dell’antica città di Pompei, sepolta dalle ceneri dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., rivelarono sull’intonaco della casa di Quinto Paquio Proculo l’iscrizione (sebbene mutila) del quadrato magico. Undici anni più tardi, nel 1936, ne fu rinvenuta un’altra, stavolta completa, sulla scanalatura di una colonna mediana nel portico occidentale della Grande Palestra .

Questo ritrovamento risulta a tutt’oggi il più antico che sia stato effettuato, e per questo il Quadrato del SATOR è stato anche chiamato «Latercolo Pompeiano». Tale scoperta pose fine alla teoria cristiana; se, infatti, si poteva ancora ipotizzare la presenza di una primitiva colonia cristiana clandestina a Pompei in quegli anni, veniva a cadere il senso dell’interpretazione del Grossner. Infatti, la A e la O che rimanevano ai lati della croce non potevano che riferirsi al punto dell’Apocalisse in cui San Giovanni scrive: «Io sono l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine, colui che è, che è stato e che sarà». Ma la diffusione dell’Apocalisse nell’Italia centrale avvenne, secondo studi attendibili, verso gli anni 120-150 d.C., ed era quindi impossibile che tale concetto fosse presente già prima del 79 d.C.

Di fatto, la questione rimane ancora aperta. Molti tra studiosi, ricercatori, enigmisti o semplici curiosi si arrovellano ancora oggi nel cercare di dare un’interpretazione nuova al quadrato. Di alcune di queste interpretazioni mi occuperò in una sezione apposita. Per concludere, invece, la storia del Quadrato, bisogna citare l’ultima scoperta, in ordine di tempo, avvenuta nel 1978 in Gran Bretagna, a Manchester. Un frammento di un’anfora portata alla luce durante alcuni scavi archeologici mostra, infatti, le cinque parole del quadrato magico disposte a partire dalla parola ROTAS (versione speculare del quadrato.

 Il reperto è databile attorno al 185 d.C., ed una targhetta esplicativa nel museo in cui è esposto c’informa che si tratta della più antica attestazione della presenza cristiana in Gran Bretagna, nonostante la tesi di Grossner sia stata comunque confutata

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disegni di tombe etrusche

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Le sepolture dei Rasenna( di Raffaella Betti)

Conoscere un popolo attaverso le sue necropoli.

– Raffaella Betti –

Aker Tavarsio donò (la stele) come ufficio funebre. (A. T. il) nipote di Hylaios/Silvio, defunto, vissuto per quarantacinque anni al servizio del dio Efesto. B: A Hylaios di Focea servitore di Efesto Tiberino a Roma, scomparso ad anni quarantacinque nel settimo anno che risiedeva a Focea.

Le sepolture dei Rasenna

 

Le tombe etrusche

“..erano scavate nella roccia, quando questa lo permetteva, od erano costruite in pietra, tufo o nenfro(*), in superficie, a forma di tumulo. Mentre i Romani costruivano i monumenti funerari fuori terra e ben visibili, normalmente lungo le vie consolari, gli Etruschi, come la maggior parte dei popoli antichi, cercavano in ogni modo di nascondere le loro necropoli. Se costruita in superficie, la tomba era ricoperta da un tumulo di terra che ne nascondeva la presenza. Altro fatto che avvicina l’aspetto delle tombe etrusche a quelle di altri popoli, specie degli Egizi, era che queste prendevano forma ed aspetto delle case dei vivi, qualche volta perfino venivano scavate a forma di tempio, come le tombe rupestri di Norchia, a significare, molto probabilmente, che questa era la sepoltura di un personaggio di casta sacerdotale e dei suoi familiari.

Una curiosità molto diffusa nelle necropoli è l’urna cineraria di terracotta riproducente, con molto verismo, la capanna costruita con pali di legno e il tetto di paglia.
L’interno delle tombe varia moltissimo a seconda del gusto e delle possibilità economiche del proprietario. Le più semplici sono formate da una o due camere comunicanti, i letti funebri addossati alle pareti e scavati nel masso senza sculture né soffitti dipinti riproducenti le travature delle case. Nelle più ricche si riproduce, invece, l’appartamento del vivo sino ai più minuti particolari. Porte con cornici, finestre, mobili e suppellettili, tutto riprodotto alla perfezione nella roccia scavata. Le porte sono con gli stipiti obliqui, più strette in alto. Nelle pareti che dividono le celle, sono aperte le finestre che permettono la vista della stanza vicina. Tutto intorno, sgabelli, banchi, poltrone dal ritto schienale, con l’appoggia piedi di fronte, letti con le gambe ben tornite, armi appese, gli arnesi più vari usati dal defunto, tutto contribuisce a rendere l’aspetto della casa del defunto una cosa viva e palpitante.
L’accesso alla tomba è spesso costituito da una lunga scalinata scavata nel tufo (dromos) chiusa e sigillata da una grande pietra monolitica o da un robusto muro formato da grandi pietre squadrate saldate con malta a calce…

Le decorazioni dipinte tendono a riprodurre le stesse decorazioni della casa del vivo. Il soffitto, tra trave e trave, è variamente dipinto con foglie, rami, uccelli o motivi ornamentali. Le pareti sono chiuse in alto da una lunga serie di strisce colorate con vivace ed indovinato accostamento di colori. Nei triangoli delle pareti formati dalla forma del tetto, leonesse, leopardi od altri animali si affrontano, separati da un cippo od ara.
Le pareti laterali, sono divise in pannelli e riproducono le scene più care vissute dal defunto mentre era in vita. Vediamo così il signore alla caccia, alla pesca, alla danza. Oppure, mollemente sdraiato sul letto, in compagnia della bellissima moglie, degli amici, dei familiari lo vediamo banchettare. Allegre decorazioni dipinte tendono a riprodurre le stesse decorazioni della casa del vivo. Il soffitto, tra trave e trave, è variamente dipinto con foglie, rami, uccelli o motivi ornamentali. Le pareti sono chiuse in alto da una lunga serie di strisce colorate con vivace ed indovinato accostamento di colori. Nei triangoli delle pareti formati dalla forma del tetto, leonesse, leopardi od altri animali si affrontano, separati da un cippo od ara.
Le pareti laterali, sono divise in pannelli e riproducono le scene più care vissute dal defunto mentre era in vita. Vediamo così il signore alla caccia, alla pesca, alla danza. Oppure, mollemente sdraiato sul letto, in compagnia della bellissima moglie, degli amici, dei familiari lo vediamo banchettare allegramente. I servi, variamente indaffarati, si affrettano a versare il vino entro grandi vasi, altri sono pronti a servire arrosti di cacciagione posti su larghi vassoi. I musici riempiono di gioiose melodie l’ambiente, le danzatrici dalle lunghe vesti fiorate, trasparenti, intrecciano con i danza tori, in gonnellino corto, le danze ed agitano graziosamente le lunghe mani affusolate. A rendere più vero e naturale l’ambiente, piccoli animali domestici passeggiano sotto i tavoli e nelle sale. Nulla vi è di funebre, la gioia di vivere pulsa ancora nelle carnagioni accese dei commensali…Tutto vive nella più pura naturalezza e nel realismo più pittoresco. La città dei morti come per incanto, si trasforma in una città dei vivi, i defunti assumono l’aspetto di persone reali, lo sfondo delle scene ed i paesaggi agresti non sono nature morte ma balzano all’occhio come scorci veri dell’ambiente Etrusco. I servi, variamente indaffarati, si affrettano a versare il vino entro grandi vasi, altri sono pronti a servire arrosti di cacciagione posti su larghi vassoi. I musici riempiono di gioiose melodie l’ambiente, le danzatrici dalle lunghe vesti fiorate, trasparenti, intrecciano con i danza tori, in gonnellino corto, le danze ed agitano graziosamente le lunghe mani affusolate. A rendere più vero e naturale l’ambiente, piccoli animali domestici passeggiano sotto i tavoli e nelle sale.
Nulla vi è di funebre, la gioia di vivere pulsa ancora nelle carnagioni accese dei commensali…
Tutto vive nella più pura naturalezza e nel realismo più pittoresco. La città dei morti come per incanto, si trasforma in una città dei vivi, i defunti assumono l’aspetto di persone reali, lo sfondo delle scene ed i paesaggi agresti non sono nature morte ma balzano all’occhio come
scorci veri dell’ambiente Etrusco.”

Così George Dennis, il grande archeologo inglese dell’800, descriveva le sepolture etrusche. In questo breve lavoro si vuole  fornire una panoramica, non esaustiva, delle tipologie di tombe che si rinvengono nelle necropoli etrusche. Per quanto riguarda la loro forma è stata operata una sintesi, non contemplando, quindi, le molteplici ed articolate differenze.

(*) nenfro = varietà di tufo grigio scuro compatto ma poco resistente tipico dell’Alto Lazio

 

 

 

 

Tombe a pozzetto (X- VI sec. a.C.)

         

X sec.a.C.                             VIII sec.a.C.                            VI sec.a.C.                               IV sec.a.C.                                 II sec.a.C.                             0

Alla fine dell’età del bronzo le sepolture a incinerazione sostituiscono quelle preistoriche a inumazione, e le ceneri vengono collocate all’interno di pozzetti semplici rivestiti da ciotoli o lastre. Questo si presenta come un piccolo pozzo cilindrico o quadrangolare scavato nella terra o nella roccia tenera. La profondità, variabile a seconda della natura del terreno, può raggiungere anche i due metri e la larghezza metri 1,50. Nel fondo troviamo l’ossuario contenente gli avanzi combusti del corpo, attorno è collocato il corredo funebre costituito da vasi e da oggetti metallici soprattutto in bronzo.

L’ossuario può essere di varia forma: a capanna, a vaso biconico più o meno decorato e chiuso da un elmo (uomo) o da una ciotola (donna), o, più semplicemente, un vaso di terracotta posto all’interno di uno ancor più grande. Alcune volte l’urna cineraria viene custodita in un grande blocco di tufo esternamente di forma ovoidale, tagliato a metà ed all’interno appositamente vuotato. Questo genere di tombe è conosciuto con il nome di sepolture villanoviane perché caratteristiche della civiltà di Villanova (Bologna) e sono strettamente connesse con il rito della cremazione; iniziano nel X secolo a.C. e terminano ai primi del VI a.C. ed attestano l’antichità dello stanziamento umano nella zona dove queste si trovano.

 

 

 

 

 

Tombe a tumulo ( VIII-VI sec.a.C.)

         

X sec.a.C.                             VIII sec.a.C.                            VI sec.a.C.                               IV sec.a.C.                                 II sec.a.C.                             0

Sono tombe a camera il cui nome deriva dal fatto di essere sormontate da un monticello di terra o di roccia che protegge l’ambiente sepolcrale e che, a distanza, le fa sembrare tante colline o come a Tarquinia, tanti «Monterozzi». La parte esterna, sulla quale si innalza il cono di terra, ricavata nella roccia o anche costruita con massi, si chiama usualmente « tamburo» e può anche essere ornato da modanature.

Secondo la grandezza il tumulo può contenere più tombe con più ambienti diversi. Questa tipologia di tombe appartiene al periodo iniziale della civiltà etrusca, ovvero alla fine dell’VIII-VI sec. a.C.  Tipici invece del tardo periodo orientalizzante sono i grandi tumuli con volta a falsa cupola ad anelli, impostata su pianta circolare e apparentemente sorretta da un pilastro centrale (tholos).

Tombe a fossa (VIII-VI sec.a. C.)

         

X sec.a.C.                             VIII sec.a.C.                            VI sec.a.C.                               IV sec.a.C.                                 II sec.a.C.                             0

Nell’VIII secolo a.C., alle tombe a pozzetto di cremati, si aggiungono, e spesso le sostituiscono, quelle a fossa per inumati, scavate nel terreno a forma più o meno rettangolare. Quando la roccia era assente, attorno all’urna cineraria o al cadavere del defunto, venivano “costruite” le pareti con blocchi di vario genere e grandezza, scaglie di pietra, lastroni lirici o anche tegole. I vasi rituali e gli oggetti del corredo funebre venivano deposti sia all’interno che all’esterno della fossa. Secondo il rito di sepoltura, questa tipologia è possibile ritrovarla fino alla metà del VI sec. a.C.

 

Tombe a tholos ( VII  sec.a.C.)

         

X sec.a.C.                             VIII sec.a.C.                            VI sec.a.C.                               IV sec.a.C.                                 II sec.a.C.                             0

 

Si tratta di una derivazione dall’architettura micenea. Il tholos era una tomba dedicata alle sepolture regali; in essa appare uno dei primi esempi di cupola dell’antichità. Costruito tagliando una collina e disponendo grandi pietre in cerchi concentrici sovrapposti, fino a chiudere completamente la sommità dell’ambiente conico che ne deriva, il tholos viene successivamente ricoperto di terra, che ricostituisce la collina originaria. Un corridoio, lasciato libero fra due pareti di pietra, conduce all’accesso della tomba. All’interno in un piccolo ambiente scavato accanto al grande vano con la cupola, era collocato il sarcofago del re. Gli etruschi utilizzarono questo tipo tombale soprattutto nell’Etruria settentrionale e nel tardo periodo orientalizzante ( Vetulonia, Volterra)

Tombe a Cassone (VII-V sec.a.C.)

         

X sec.a.C.                             VIII sec.a.C.                            VI sec.a.C.                               IV sec.a.C.                                 II sec.a.C.                             0

 

Sono costituite da pesanti casse di tufo, nenfro o peperino che racchiudevano il corpo del defunto e deposte entro fosse scavate nel terreno. Il coperchio è a «schiena d’asino» o a doppio spiovente. Il cassone, oltre il cadavere, custodiva parte o tutti gli oggetti funebri. Altri oggetti potevano essere deposti ai lati del cassone o sopra di esso, particolarmente nell’estremità superiore, protette da improvvisati ripari di scaglie pietrose (VII-V sec. a.C.).

Tombe a camera (VII-IV sec.a.C.)

         

X sec.a.C.                             VIII sec.a.C.                            VI sec.a.C.                               IV sec.a.C.                                 II sec.a.C.                             0

Le tombe a camera generalmente sono introdotte da un corridoio più o meno lungo e stretto (dromos) con pendenza variabile secondo il terreno, a cielo aperto o in cunicolo. Queste tombe sono ricavate sotto terra negli strati rocciosi (tufo, macco, nenfro, peperino ecc.).
La loro forma è molteplice; possono essere rettangolari, trapezoidali, quadrate, ed avere uno o più ambienti variamente collegati.

Attorno alle pareti, ci possono essere dei letti o delle banchine ricavati dalla roccia o anche costruiti, sui quali erano deposte le salme e la suppellettile funebre.
Le pareti, le porte, i soffitti, possono essere scolpiti in vario modo. Il soffitto, in particolare, poteva imitare la struttura in legno dell’abitazione reale, avere il trave centrale (columen) in rilievo con i relativi travicelli (cantherii) sugli spioventi.
Non mancano, specie per il periodo arcaico, colonne con capitelli, sedie, sgabelli, cornicioni, porte rilevate, finestrelle, scudi, letti e guanciali scolpiti e decorati. Talvolta, lungo le pareti, è possibile rinvenire anche delle nicchie per la deposizione di altri corpi.

Cosi come le sculture, anche le pitture possono ornare soffitto, pareti, porte e banchine di queste tombe che prevalgono, nella forma descritta, dal VII al IV sec. a.C.
Quando sono ricavate nei cigli delle rupi si dicono «rupestri ». 

Tombe a edicola (VI-V sec. a.C.)

         

X sec.a.C.                             VIII sec.a.C.                            VI sec.a.C.                               IV sec.a.C.                                 II sec.a.C.                             0

 

Tipiche del periodo che va dalla metà del VI fino alla metà del V sec. a.C., le tombe a edicola somigliano nella loro struttura esterna a una casa con tetto a doppio spiovente.

 

 

 

 

Tombe a dado (VI-II sec.a.C.)

         

X sec.a.C.                             VIII sec.a.C.                            VI sec.a.C.                               IV sec.a.C.                                 II sec.a.C.                             0

Le tombe a “dado” sono sempre delle tombe a camera contenute, in questo caso, all’interno di un blocco di roccia scavato nel tufo o anche costruito.
Nel caso il monumento funebre è isolato sui quattro lati si ha la vera e propria tomba a dado, altrimenti si hanno forme intermedie:
a semidado quando il monumento è isolato solo su tre lati dalla parete rocciosa:
a falso dado quando la sola facciata è scolpita nella roccia ed ha qualche cenno dei lati
La facciata può avere una porta reale (periodo arcaico), oppure una finta posta in alto.
In questa tipologia di tombe si ricrea una abitazione normale, le modanature di vario tipo e diversa disposizione (becco di civetta, toro, fascione, campana) ornano la facciata o anche i lati del dado che hanno, spesso, piccole scale per accedere alla parte superiore del monumento (piattaforma).

Nelle tombe a dado ellenistiche la tomba vera e propria è situata sotto la facciata sulla esatta perpendicolare della finta porta. Tra la facciata e la camera sepolcrale vi può essere un ambiente più o meno grande (ambiente di sottofacciata). Sono caratteristiche delle necropoli rupestri.

Tombe a Colombario ( dal III sec.a.C.)

         

X sec.a.C.                             VIII sec.a.C.                            VI sec.a.C.                               IV sec.a.C.                                 II sec.a.C.                             0

Si tratta di camere più o meno grandi, talvolta comunicanti in serie, con ricavate nelle pareti numerose cellette quadrate di 20/30 cm di lato allineate orizzontalmente e verticalmente. In esse erano deposte; entro vasi, le ceneri dei defunti con un misero corredo funebre. Usate per lo più dalla povera gente sono tombe ascrivibili agli ultimi periodi della vita etrusca e al periodo romano (IlI sec. a.C. e seguenti).

Tombe Cappuccina ( dal III sec. a C.)

         

X sec.a.C.                             VIII sec.a.C.                            VI sec.a.C.                               IV sec.a.C.                                 II sec.a.C.                             0

Vengono chiamate in questo modo per la forma che ricorda il cappuccio dei frati. Guardandole in sezione, infatti, mostrano una forma triangolare. La tomba è formata da tegoloni (tabellones) o anche da lastre di pietra, che sono poste ai lati del defunto e congiunti al vertice. Il tutto, poi, era ricoperto di terra. Il corredo funerario che è possibile rinvenire in queste tombe è dei più poveri che si conosca; qualche volta manca completamente.
Questo tipo di sepoltura, molto diffuso durante l’età imperiale, è proprio delle classi più povere. L’età giunge fino al Medioevo.

 

 

 

 

 

Tombe a pozzo (II-I sec. A.C.)

         

X sec.a.C.                             VIII sec.a.C.                            VI sec.a.C.                               IV sec.a.C.                                 II sec.a.C.                             0

Di epoca decisamente tarda (II-I sec. a. C.) questo genere di sepoltura si presenta come un pozzo che scende nel terreno fino a giungere talvolta a una decina di metri.
Al termine si aprono, una grande camera o vari cunicoli che introducono ad altrettanti ambienti ove sono deposti i defunti. La discesa avviene grazie a delle tacche (pedarole) ricavate nelle pareti del pozzo cilindrico o rettangolare.

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