LA SCOMPARSA DI MAJORANA

RIASSUNTO.

 

Il libro di Leonardo Sciascia inizia con la lettera che il Senatore Gentile invia a Sua Eccellenza il Senatore Arturo Bocchini, capo della polizia, che in passato si era già occupato della scomparsa di Ettore Majorana. La lettera aveva lo scopo di pregarlo di continuare le ricerche dello scienziato su insistenza del fratello Salvatore Majorana.

Bocchini ricevette la lettera come un peso. La polizia si era già occupata del caso, la scomparsa dello scienziato era stata considerata un suicidio, visto anche le due lettere che a tal proposito Majorana aveva lasciato, ed ora, dopo questo ultimo ennesimo accorato appello, Bocchini sapeva che doveva affrontare due follie, come sempre avviene in questi casi: la follia di chi aveva deciso di porre fine ai suoi giorni e la follia dei familiari che si ostinano a crederlo vivo, nascosto da qualche parte e che non sanno darsi pace.

La questione Majorana era stata archiviata come suicidio, si supponeva che lo scienziato fosse scomparso durante il suo ultimo viaggio fatto a Palermo, si vociferava che si fosse buttato in mare durante il viaggio in nave, ma queste supposizioni furono smentite in quanto fu ritrovato il biglietto di ritorno da Palermo a Napoli e poi anche perché il giorno dopo la sua scomparsa avvenuta il25 marzo 1938, fu visto aggirarsi nelle vie di Napoli da una infermiera che lo conosceva anche se solo superficialmente e che – come riporta il verbale della polizia – aveva “ indovinato” il colore dell’abito. “Indovinato” si dice e non “ riconosciuto” quasi a sottolineare l’inattendibilità della testimonianza.

Si diceva poi che Majorana si fosse nascosto in qualche convento e per questo la  famiglia sollecitava che le ricerche fossero indirizzate in tal senso, facendo particolarmente attenzione a quella “j” presente nel cognome, che poteva trarre in inganno nelle ricerche,insomma bisognava stare attenti che nemmeno il più piccolo particolare venisse tralasciato.

Anche Benito Mussolini sollecitò il capo della polizia affinché continuasse con le indagini dopo le preghiere della madre di Ettore Majorana e dello scienziato Enrico Fermi. A dire la verità Mussolini si era mosso a compassione più per la lettera della madre che per le suppliche dello scienziato che non vedeva di buon occhio perché quando Fermi andò in Svezia a ritirare il premio Nobel a lui assegnato, aveva “osato” salutare il re di Svezia con una stretta di mano anziché con il saluto fascista e questo aveva causato non pochi malumori fra i fedelissimi.

Ettore Majorana era nato a Catania nel 1906, aveva conseguito il diploma liceale nel 1923 e aveva frequentato la facoltà di ingegneria fino al 1928 quando, desideroso di occuparsi di scienza pura, era passato alla facoltà di Fisica ottenendo la laurea a pieni voti – nel 1929 – sotto la guida di Enrico Fermi.

Quando Majorana conobbe Fermi, nel 1928, quest’ultimo si stava occupando ad un modello statistico che più tardi prese il nome di “ Modello di Thomas-Fermi”. Fermi fu immediatamente colpito dall’intelligenza acuta e spontanea di Majorana tanto che arrivò a suddividere gli scienziati in 3 ranghi: quelli di primo rango erano quelli che operavano per il bene del paese e della comunità, quelli di secondo e terzo rango erano quelli che si adoperavano per riuscire in qualcosa ma che poi realmente non riuscivano a concretizzare.

Oltre queste categorie di studiosi ne esisteva un’altra: erano i “geni assoluti”.

Era qui che collocava Majorana e le sue eccezionali intuizioni.

Majorana elaborò la teoria del nucleo fatto di protoni e di neutroni, ma il suo carattere chiuso gli impedì di pubblicare i risultati dei suoi studi – che furono ripresi più tardi da un altro scienziato ,Heisemberg , che se ne attribuì il merito – anzi impedì proprio a Fermi di parlarne nel corso di un congresso di Fisica che si tenne a Parigi.

Majorana, al contrario degli altri studenti di via Panisperna (sede dell’ateneo catanese) non cercava di capire: lui capiva. Non cercava di trovare: lui già aveva trovato. Non cercava di sapere: lui già sapeva. Per questo Fermi fu affascinato dalla mente fervida e straordinariamente capace che gli stava davanti.

Majorana non provava rancore per Heisemberg , anzi aveva per lui un’ammirazione mista a riconoscenza per aver pubblicato prima di lui la teoria del nucleo. Ne divenne amico e fu suo ospite in Germania per un certo periodo di tempo che servì a cementare la loro amicizia. Da questo singolare comportamento si denota il carattere chiuso e nevrotico dello scienziato, e questo sarà un elemento che influenzerà il corso delle ricerche e avvallerà ancora di più per la polizia l’ipotesi suicidaria.

 

Prima di partire per la Germania, Majorana fu sconvolto da un avvenimento che imperversò sulle cronache del tempo e che trascinò incolpevoli personaggi sull’orlo della follia.

A casa di un benestante catanese di nome Antonino Amato, l’unico suo figlio, neonato, morì bruciato nella  culla. Di questo fu in prima istanza accusata la donna di servizio, una ragazza di 16 anni, che però non avrebbe avuto alcun movente se non la lucida follia che la portava all’odio verso i suoi datori di lavoro.

La ragazza prima negò, poi confessò e dichiarò di aver compiutol’orrendo delitto su commissione della madre e del fratello. Si scavò nella vita della ragazza, si scoprì che proveniva da una famiglia difficile, che sua madre l’aveva allontanata da casa giovanissima costringendola ad andare a servizio nella famiglia Amato lasciando un’altra famiglia dove la ragazza veniva trattata meglio e che il fratello era una persona poco raccomandabile. Ma ancora mancava il movente.Si arrivò alla conclusione che il movente era da ricercarsi a una questione legata all’eredità di Antonino Amato di parecchi anni prima, un contenzioso con le sorelle e i cognati che appartenevano alla famiglia Majorana – e uno in particolare era lo zio di Ettore – sarebbe stato un delitto su commissione, per vendetta, di cui si sarebbero occupati i parenti della ragazza sedicenne per mezzo della ragazza stessa. Dopo 8 anni la ragazza, oramai grande, confessò di aver fatto tutto da sola, di non avere mandanti ma oramai i Majorana coinvolti nella vicenda avevano passato tre anni in carcere, i presunti esecutori otto anni, il mostruoso ingranaggio della giustizia aveva sconvolto le vite di molti e anche di Ettore Majorana che – anche se piccolo all’epoca dei fatti – fu irrimediabilmente segnato nel carattere e ne fu annientato fino alla follia.

Ma molti credettero che a spingerlo alla follia fosse stata propria la sua stessa scienza, che calcolava e maneggiava così profondamente da avergli fatto intravedere la morte, il fuoco, la distruzione in ciò che lui stesso studiava che abbia fatto emergere in lui un vero e proprio lapsus nella memoria.

 

Il soggiorno in Germania con Heisemberg fu costruttivo e piacevole: rimangono di esso numerose ed emozionanti lettere spedite alla madre in cui si dichiara piacevolmente rapito dalla compagnia di Heisemberg e del fatto che avesse accettato pazientemente di insegnarli il tedesco. Ma il periodoo trascorso con Heisemberg fu costruttivo anche dal punto di vista scientifico, trattavano di fisica nucleare insieme all’americano Feenberg con il quale non parlava inglese ma si scambiavano vicendevolmente formule scritte su pezzi da carta. Erano gli anni in cui si cercava il progetto della bomba atomica. Hitler la voleva a tutti i costi e Heisemberg era sicuramente lo scienziato più avvalorato che avrebbe potuto progettarla per lui. Gli americani temevano che dove si trovasse Heisemberg c’era sicuramente il nascondiglio della bomba atomica pronta ad essere sganciata in Europa anche se poi sappiamo che Heisemberg non lavorò mai a quel progetto e non perché non sapesse farlo, ma né lui né altri scienziati avevano in mente di lavorare a quel progetto .. Dall’altra parte Heisemberg visse anni d’angoscia cercando il modo di far capire ai colleghi americani la portata e la pericolosità di quegli studi.

 

Majorana vive in Germania nel pieno della propaganda delle leggi razziali e antisemite,non sappiamo quanto condividesse le politiche totalitarie del tempo ma è certo che le più alte personalità del tempo come Marconi, D’Annunzio e Fermi, circondavano Mussolini e gli mandavano fraterni messaggi salvo poi aderire all’antifascismo a guerra perduta e a fascismo finito. Nessuna delle lettere inviate alla madre conteneva critiche alla politica del tempo ma bisogna considerare che le lettere in partenza e in arrivo venivano aperte e lette dal regime e quindi le missive sono particolarmente guardinghe.

Nell’agosto del 1933, Majorana torna a Roma e ci resterà fino al 1937, facendo vita isolata, uscendo raramente e in quel periodo evitava di parlare di Fisica, non perché non gli interessava più ma perché ne era ossessionato. Lavorava molto e scriveva molto. Ma nella sua casa dopo la scomparsa furono trovati solo due scritti” teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone” e “ Valore delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze sociali”. Dove sono gli altri scritti allora? Li ha fatti scomparire prima della sua scomparsa o qualcun altro li ha fatti sparire? La sorella Maria riferisce che Ettore ripeteva”la fisica è sulla strada sbagliata” o forse voleva dire “ i fisici” ? E forse non si riferiva alla sperimentazione in sé ma a un concetto particolare di vita e di morte. Quando nel 1939 si cominciò a parlare di liberazione dell’energia atomica egli pronunciò la frase “ Dio non può volerlo!”

Forse era finito in un meccanismo nel quale era rimasto intrappolato La sua nomina a Professore di Fisica Teorica all’Università di Napoli per “ chiara fama”( ma in realtà perché evitasse di presentarsi ad un concorso in un altro ateneo nel quale erano già stati decisi i vincitori) lo aveva spinto a tornare ad una vita normale ma provava disagio nel stare con gli altri, parlare e comunicare.

La sua vita a Napoli si svolge fra l’albergo dove abitava e l’ateneo ma il prof. Carrelli, direttore dell’Istituto dirà, dopo la sua scomparsa , che Majorana stava lavorando a qualcosa di importante.

La sera del 25 marzo prima di partire in nave da Napoli per Palermo, scrive proprio una lettera a Carrelli nel quale spiega di aver preso una decisione inevitabile, di serbare un buon ricordo degli amici almeno fino alle 11 di quella stessa sera e che lascia chiaramente intendere un proposito suicida. Un’altra lettera , che lascia in albergo, è indirizzata alla madre nella quale chiede alla stessa di non vestire di nero ( come si usava in Sicilia per il lutto) e che se proprio lo vuole fare non sia per più di 3 giorni.

Su questi numeri , il 3 e l’11,  sono stati per molti anni cercati messaggi segreti da decifrare che potessero svelare il segreto sulla scomparsa dello stesso Majorana.

A Palermo però arriva, perché dall’albergo lo stesso Majorana invia un’altra lettera all’amico pregandolo di non tener conto della precedente missiva. Da Palermo ripartì per Napoli e lo dimostra il biglietto consegnato all’imbarco e la testimonianza di una persona che viaggiava con lui e che lo riconosce nella descrizione del fratello Salvatore. All’arrivo a Napoli, una infermiera lo riconosce e dà una descrizione dell’abito che indossava. La polizia scoprirà poi che aveva con sé tutto il denaro che possedeva e il passaporto.

Insomma Majorana intendeva sparire: la sua intuizione, i suoi studi gli avevano forse permesso di capire ciò che gli altri non capivano, di vedere in anticipo ciò che altri non vedevano e un genio del suo pari davanti alla scoperta della fissione nucleare nel 1934   potrebbe aver capito che il fiammifero c’era già e potrebbe essersene allontanato per la difficile situazione politica di allora .

Fermi e altri fisici non tennero conto di queste affermazioni fino al 1938 e questa loro cecità fu provvidenziale e impedì a Mussolini e a Hitler di avere l’atomica.

E’ Leonardo Sciascia, 30 anni dopo, ad entrare in una Certosa a Palermo per seguire la sottile e inquietante traccia di Majorana. Si ricorda di un amico al quale un altro amico gli aveva rivelato che nel 1945 fra i” padri” del convento c’era uno scienziato o forse uno dei soldati che sganciò la bomba su Hiroshima. Il frate che lo guida nella visita del convento gli mostra anche il cimitero dove trenta tumuli di terra rossastra identificano le tombe dei frati che hanno abitato il convento. “ Ci sono mai stati scienziati nel convento?”. Il frate allarga le braccia e sorride. Si respira una pace inviolabile fra quelle croci nere.

Questa voce è stata pubblicata in STORIA E SCIENZA, Uncategorized e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...